VERBICARO E…IL CORRIERE DELLA SERA
di Emanuele Labanchi
Già nel 1855 Verbicaro,
in provincia di Cosenza, fu teatro di una violenta rivolta legata alla
diffusione del colera. Nell'agosto del 1911 ancora a Verbicaro
vi fu un'insurrezione popolare, con morti e feriti, contro le Autorità comunali
accusate di avere avvelenato gli abitanti con la "polverina" del
colera.
Per l'occasione arrivò il celebre inviato del Corriere della sera,
Luigi Barzini, che cercò di capire la vicenda, cui
dedicò l'articolo ritrovato grazie alla paziente ricerca
del Sig. Vincenzo Grisolia
da Santa Domenica Talao:
CORRIERE DELLA SERA, 31 AGOSTO
1911
Verbicaro in pieno medio-evo
L’ossessione atroce di
una popolazione
(Dal nostro inviato speciale) Verbicaro, 30
agosto, notte.
Raccogliendo qui atroci particolari sui tragici avvenimenti di
domenica, parlando con questa popolazione ingenua e truce, interrogando
boscaioli e mulattieri sui sentieri dei monti e contadini sulle soglie delle
casette campestri, allargando le indagini ai paesi vicini, si riceve la
rivelazione angosciosa di un male così vasto, di una miseria morale così
profonda, di fronte alle quali i sanguinosi tumulti bestiali di Verbicaro non sono più che un episodio, un indice
terribile. Ci si accorge all’improvviso che altri dieci, altri
venti villaggi hanno la stessa anima di Verbicaro,
che regioni intere si trovano nelle identiche condizioni di spirito e di mente.
All’orrore subentra un senso di lutto e di sconforto come per una sciagura
nazionale. La popolazione povera di tanta bella parte d’Italia ci appare ad un tratto più diversa da noi che se fosse di un’altra razza
lontana o di un’altra lontana epoca, la sua vita, la sua psicologia non ci
appartengono più. Con infinita tristezza ci sentiamo estranei, e siamo
giudicati estranei; e questo sentimento grava sulla
nostra coscienza come un rimorso.
Non ci fate morire …
I fatti di Verbicaro sono citati in altri
villaggi alla guisa di esempio. A Grisolia,
ancora immune dal contagio, si gridano minacce, si affilano le scuri per
colpire gli avvelenatori del popolo nel caso che il colera scoppiasse.
A Scalea, dove il contagio è scoppiato, alcuni paesani sono accorsi presso uno dei ricchi proprietari locali – un consigliere
provinciale dal quale abbiamo direttamente raccolto l’episodio – e gli hanno
detto: - Noi ci mettiamo sotto la vostra protezione. Non ci avvelenate per
carità.
Mentre le autorità giudiziarie stamani facevano l’inchiesta sugli
avvenimenti, delle povere donne si sono presentate implorando: - Eccellenze,
dateci un contravveleno. Non ci fate morire! – I funzionari hanno cercato di
rassicurarle; ma dopo ascoltato i lunghi discorsi, una vecchia ha replicato: -
Si, va bene, ma ad una ragazza avete dato il contravveleno perché è bella. Noi
abbiamo da morire?
Salendo per sentieri da capra su questa montagna di Verbicaro brulla, ardente sotto il sole, ci siamo fermati
ad una capanna per chiedere da bere; e una donna premurosa, porgendoci
un’anfora classica, ci ha detto, rassicurante: - Bevete
pure tranquilli. Non è avvelenata. - Voi credete al veleno? le
abbiamo chiesto. – E come no, eccellenza? È il Governo
che ce lo mette. Ha mandato gente in giro a contare le
persone e ammazza i poveretti perché sono troppi.
Non è una opinione, è una convinzione
profonda, generale. Si citano fatti, si giura sui Santi che il colera è un
avvelenamento; avvelenatore è il Governo, e per esso
le autorità locali. Un contadino calabrese non distingue fra un giudice, un
sindaco, un maresciallo, i carabinieri: sono tutti autorità, sono tutti
Governo; e in esso vede una forza tutelare ma una
potenza nemica, che egli odia silenziosamente, umilmente, rassegnatamente: non
si è fatto nulla perché possa amarlo.
NEL PAESE SILENZIOSO
Siamo giunti qui dopo cinque ore di
ascensione tra gole ripide, volgendoci per rinfrescarci a contemplare il mare
che l’orizzonte pallido pareva innalzasse. Incontravamo dei fuggiaschi. Erano
gruppi di donne nel pittoresco costume rosso e nero, la testa gravata da
cariche di masserizie, pallide, donne dai grandi occhi neri cavi, che ci
guardavano diffidenti. Erano uomini, dallo strano cappello minuscolo a cono e i
calzoni corti. Non penetrano per questi sentieri alpestri le nuove fogge.
Da un casolare chiuso si levava uno stridulo pianto di donne.
Qualcuno vi era morto.
Quasi tutta la popolazione di Verbicaro è fuggita per la montagna portando i suoi
colerosi che la polizia medica non riesce a scovare. In un campo un gruppo di gente silenziosa circonda una forma
nera; seppellisce un cadavere orrendo di vecchio. Due giovani, forse i suoi
figli, scavano la fossa ai piedi di un albero, lentamente, con calma
impassibile.
Il tanfo giunge alla strada. Questo odore di morte lo risentiamo vagamente più oltre, presso al paese arrampicato
sui fianchi dirupati del monte, sotto vette alte selvagge ignude.
Pei vicoli angusti oscuri tortuosi del villaggio, di un pittoresco
orrido, non si aggirano più che soldati, carabinieri, medici militari. Dei
quattromila abitanti solo due o trecento sono rimasti chiusi nelle case.
Qualche donna si sporge dalle finestrucce affumicate,
al rumore dei passi. Una vecchia che si direbbe centenaria, fila la lana nel
vano di una porticina e non solleva il suo piccolo volto rugoso tremolante dal
lavoro, indifferente come la fatalità. Dei ragazzi più arditi salgono sui muricciuoli diroccati delle scale esterne e guardano
silenziosi con occhi grandi e tristi pieni di curiosità sospettosa. Non si ode
una voce. – E gli uomini dove sono? – domandiamo al
mulattiere che ci guida, l’unico che abbia consentito ad accompagnarci dopo
lunghe ore di discussione. Risponde calmo: - Qualcuno finisce alla campagna. –
Ciò significa che si darà alla macchia.
Finora infatti ben pochi dei
quarantacinque mandati di cattura emessi dall’autorità hanno condotto
all’arresto. Il popolo di Verbicaro è latitante in massa
e ha lasciato i cadaveri nelle case e nelle vie: il seppellimento è avvenuto
ieri.
La calce gettata sull’acciottolato sconnesso produce uno strano
contrasto con le muraglie luride, così vicine che si potrebbero toccare
allargando le braccia. Essa mette un effetto di nevicata nei vicoli scoscesi
che digradano come fenditure. Talvolta qualcuno
avverte: - Scostatevi – Ed indica a terra il luogo ove qualche cadavere di
coleroso ha giaciuto per giorni, messo fuori casa ad
aspettare la sepoltura. Dei maiali, delle galline vagano nel candore della
calce sotto alla quale il sole ardente riesce ancora a
far fermentare vecchi fetori.
Si sente un’atmosfera di paura, in questo villaggio silenzioso, che
non ricorda in nulla i paesi che conosciamo, e che sembra immaginato come uno
scenario di orrore.
L’agonia del pretore
Davanti alla casa comunale, miserabile come le altre, nei luoghi
ove ha lasciato tracce, si rivelano scene spaventevoli della cieca rivolta. Delle grosse pietre segnato il punto ove il cadavere del
giovane impiegato Amoroso venne lapidato. Egli aveva lavorato al censimento;
ora si adoperava per la disinfezione e assumeva informazioni sui casi di
colera. Era perciò additato come il primo colpevole, il maggiore untore del
paese.
Le campane suonavano a distesa il loro inno delle sommosse popolari quando la folla ebbra di odio, armata, urlava
serrata in queste strade da incubo. La prima vittima fu il povero pretore Armentano, che venne circondato
appena entrato in paese e serrato in un cerchio di lame e di fucili branditi.
Assisté per venti lunghi minuti ad una violenta discussione che aveva per
oggetto la sua vita. Dovette essere una cosa atroce, i cui particolari soltanto
oggi sono conosciuti, emersi a poco a poco nella
inchiesta giudiziaria. Il pretore era percosso dai più violenti che volevano la
sua morte; e per quattro volte egli stette sul punto di essere massacrato. Poi
gli dissero. – Vattene. E quando fu lontano,
scaricarono dei colpi nella sua direzione.
Nel carcere, la cui porta
è ancora scassinata, abbiamo visto l’assassino dell’Amoroso, un vecchio magro,
impassibile, dallo sguardo torbido. Egli colpì con una roncola che sembra una lama di partigiana. Ad ogni domanda risponde: -
Io non so niente. – E aspetta con indifferenza.
Il sindaco non esce ancora dalla sua casa, una vecchia casa cadente e miserabile. Egli ha un’aria onesta.
Non mi odiavano – ci ha detto – ma sapevo
che se veniva il colera avrebbero cercato di ammazzarmi. nessuno
leva dalla testa di questa gente che il sindaco è l’avvelenatore dell’acqua.
Così avvenne quando fu sindaco mio nonno che venne
trascinato con una corda per il paese e ucciso. Forse hanno contribuito le
calunnie di qualche nemico; non so. Certo è che la folla è stata eccitata al mattino dalle parole di un prete che parlò dalla via. Io
non abbandonai il mio posto ed avvertii le autorità del pericolo chiedendo
soccorsi fin da quando si manifestò il colera nelle
vicinanze, perché sapevo che questo sarebbe avvenuto.
Mentre parlava, i suoi giovani figli, in fondo alla camera, ascoltavano
con una timidità selvaggia, ancora un po’ sperduti e atterriti.
L’abisso
I medici militari vanno per le case cercando i malati, che sono pochi poiché la popolazione è fuggita per la paura di quello
che aveva commesso, ma rappresentano pur sempre l’uno per cento dei rimasti.
Pattuglie di carabinieri e soldati si allontanano per sentieri alpestri, per
eseguire arresti. Tutti i viottoli della campagna sono percorsi da armati. Verbicaro sembra dormire un tragico sonno in questa rete di
vigilanza.
Ma è torturante il pensiero che non vi sono cure, non vi sono
provvedimenti che possano sradicare dalle menti di
questa povera gente la persuasione che il Governo della loro patria assassini i
suoi figli. È un fantasma atroce che ossessiona un popolo. Non è possibile
comunicare colla sua anima primitiva, selvaggia; nulla può vincere la sua
diffidenza. È come il lupo che teme la trappola; e ad ogni parola di pietà, di umanità, di amore, anche quando le labbra rispondono con
lo stesso linguaggio, lo sguardo dubitoso dice: Non
ci credo.
L’abisso che abbiamo lasciato aprirsi tra
noi e questi nostri fratelli appare improvvisa-mente quando per un istante i
sentimenti esplodono, quando guizza un lampo di sincerità spaventosa. Ci
accorgiamo che noi abbiamo camminato a lungo le veloci via
della civiltà lasciando loro immobili nell’isolamento inaccessibile dei loro
monti e della loro ignoranza. In questo mondo senza strade, il paese vicino
sembra remoto; neppure tra villaggio e villaggio è
possibile la fusione. Un versante della valle tace all’altro versante.
Ora per paura del colera, i paeselli si trattano come città
avversarie in guerra, temono ognuno che gli abitanti dell’altro entrino a fare da untori, si vigila alle porte. Ieri due
povere donne di Verbicaro si avvicinarono a Scalea;
furono minacciate, inseguite a sassate. Se la presenza
di un estraneo fra le mura di un paese è sospettata, suona la campana a
martello, il popolo accorre armato. Siamo in pieno medio evo. E questa è
l’Italia al giubileo del suo risorgimento
Luigi Barbini